Torino, 27 aprile 2013.
Ore 18.
Sono sotto la Mole, a 53
metri dall'ingresso del Museo Nazionale del Cinema.
A dividermi dall'entrata
una massa di circa duecento persone incanalate in un pregevole
esemplare di “fila”.
La “fila” non è
nient'altro che l'applicazione concreta di una semplice regola di
civiltà: entra prima chi arriva prima.
Sebbene la regola –
almeno all'apparenza – è davvero di una banalità sconcertante,
non tutti riescono a comprenderla pienamente.
Sarà per via delle
eccezioni, non sempre accolte unanimemente (hanno la precedenza donne
incinte, anziani, disabili), o per le diverse scuole di pensiero che
da tempo immemore si confrontano sull'interpretazione del disposto,
le file sono spesso teatri di accese dispute dall'elevato tenore
intellettuale.
Per esempio:
- Strunz' livete
d'innanze ca ce steve prime i!
[Gentil uomo, potrebbe
cortesemente scostarsi per rendermi il mio legittimo posto nella
fila?]
- Ma ne rump' u cazz,
ca steve allu cess'!
[Le
assicuro che ero già in fila prima di Lei. Mi ero solo assentato un
minuto per recarmi alla toletta].
Oppure:
- Mi scusi, mi
lascerebbe passare avanti? Sono incinta!
- Certo che sì, però,
sinceramente: non si direbbe proprio che è incinta! Quanti mesi?
- Sono incinta
ipoteticamente: oggi non ho preso la pillola, ma mi sono fatta uno.
- Capisco: come il gatto di
Schrödinger...
- No, a smorzacandela.
Mentre mi sforzavo di
leggere un cartello che diceva: “Se non riesci a leggere questo
cartello, da lì sono almeno 2 ore di fila” mi si accosta un uomo
bruno, di media altezza, dal fisico prestante, con un volto
espressivo e rassicurante, un folto paio di baffi e che mi ricordava
in tutto e per tutto Pierfrancesco Favino (ho scoperto solo
successivamente che si trattava in realtà di Beppe Fiorello: sta
girando una fiction sulla vita di Pierfrancesco Favino e si calava
nel personaggio).
- Scusi, è libero questo
posto?
- Cosa?
- Dico, il posto dietro
di Lei. È libero?
- Sì, certo. Si accomodi
pure.
- Bene: sono arrivato
appena in tempo.
- Beh, veramente il museo
oggi chiude alle 23, quindi di tempo ce n'è molto ancora.
- Sì, ma alle 21 mi
chiude la fila per l'Egizio e non vorrei perdermela.
- Beh, in questo caso...
non so se riuscirà ad arrivare in tempo! Da qui, sono almeno due ore
di fila, come dice quel cartello che non riesco a leggere. Ci metta
almeno un quarto d'ora di fila all'interno per fare i biglietti,
mezz'ora di fila per l'ascensore panoramico, un'altra ventina di
minuti per salire fino in cima alla Mole e gustarsi il panorama e poi
riscendere, poi almeno un'ora per la visita del museo – ma dicono
che ce ne vogliano almeno due per gustarselo come si deve... E sono
già le dieci passate!
- No, ma io non lo visito
mica il museo. E non salgo nemmeno sull'ascensore. Faccio solo la
fila.
[Lo
guardo sconcertato come se mi avesse appena detto che è lì solo per
fare la fila].
- Scusi?
- Sì, per fare la fila.
Faccio questa, poi quella all'interno per fare il biglietto e poi La
saluto e corro al Museo Egizio. Se ho fatto bene i conti dovrei
arrivare lì per le nove meno un quarto, giusto appena prima che
chiudano la fila. Purtroppo mi perdo la fila per l'ascensore
panoramico, ma quella non me la fanno fare senza biglietto...
- Mi perdoni ma non la
seguo. Che senso ha fare la fila se poi non visita il museo?
- Semplice: trovo molto
più interessante “visitare le file”. Le file sono, in realtà,
dei veri reperti antropologici. Ed ogni fila è diversa dall'altra,
mi creda. Ci sono le file per le poste, per il gabinetto, per entrare
in un museo – appunto – per il gabinetto nel museo...
- Non ci trovo niente di
interessante. Lei penserà che sono matto, ma la rincuoro: sto
pensando la stessa cosa di Lei.
- Le assicuro che si
sbaglia. È solo che non ha ancora imparato a vedere le file per
quello che sono.
- E cosa sono?
- Una vetrina delle
diverse personalità umane che io chiamo “il museo della fila”.
Vede: quando si è all'interno di una fila, si è costretti a stare a
contatto con dei perfetti estranei, anche per qualche ora. Ha
presente quando, dentro ad un ascensore, si finisce per parlare del
tempo? Accade perché nessuno vuole scoprirsi troppo con degli
sconosciuti e si sceglie un argomento neutro. Beh, quando si è in
fila, non è facile rifugiarsi così. O almeno non per molto. Prima o
poi si è costretti ad uscire fuori dal proprio guscio. E a parlare
di politica, per esempio, magari esponendosi poco, con frasi
generiche. Ma il tempo passa e bisogna cercare di occuparlo in
qualche modo.
- Non necessariamente. Si
potrebbe anche stare a ciappinare con il proprio Iphone o leggere un
e-book...
- Sì, purtroppo queste
nuove tecnologie mi stanno un po' rovinato il gioco. Ed è per questo
che mi scelgo le file più lunghe: alla fine quasi tutti almeno
qualche parola la scambiano! E poi non creda che non sia molto
interessante anche osservare quelli che passano tutto il tempo a
twittare. “Sono in #fila.
#cosenoiose”. “Una #fila lunghissima. #cosemaiviste”. “Ma ne
varrà la pena di fare tutta questa #fila? #dubbiamletici”. “Non
capisco proprio a che serve tutta questa #fila. #chiediloalpapa”. E
comunque, in ogni fila, c'è sempre qualcuno che ha voglia di
parlare, che è tutto solo e che importunerà la persona che gli è
accanto. Come sto facendo io con Lei.
- Ma
che dice, non mi sta importunando affatto...
- Lei
è molto cortese. Ma l'avevo capito alla prima occhiata. Per questo
mi sono messo in fila accanto a Lei: volevo analizzare da vicino un
esemplare del suo tipo.
- E
di che tipo sarei, scusi?
-
Lei è il classico bravo ragazzo:
quando è in fila, se viene
superato da qualcuno, si sente a disagio persino a borbottare. Accusa
il colpo, ma resta lì, buono, tranquillo e fa anche finta di non
essersi accorto di essere stato superato, per non correre il rischio
di mettere in imbarazzo il prepotente usurpatore.
- Non
è vero, io...
- Non
menta! L'ho vista prima mentre veniva agilmente scalzato da quel
biondo sudtirolese e dal suo pingue figliolo. I sudtirolesi sono un
po' i napoletani del nord Italia.
- Mi
perdoni ma queste parole sono un po' offensive...
- Non
dica sciocchezze! Sa cosa credo io, invece?
-
Cosa?
- Che
lei mi stia adoperando quale finzione letteraria per prendersela con
i sudtirolesi ed i napoletani usandomi come schermo.
-
Questo dialogo sta prendendo una piega metanarrativa che non mi piace
affatto.
-
Sono d'accordo. Ma mi lasci spiegare: io non ho niente contro i
napoletani. La cultura della fila è diversa in ogni luogo. Pensi che
in Inghilterra fanno la fila per entrare in autobus! Roba che a noi
sembra totalmente assurda. Il
punto è questo: se vivi a Napoli devi affrontare la fila in
un'ottica diversa. Non importa chi si è messo in fila per primo, ma
solo chi arriva per primo fino in fondo. Conosco la storia di un
ragazzino napoletano ben educato che era entrato in ufficio postale
per spedire un reclamo alla Walt Disney, contro un episodio di
Topolino a suo dire un po' maschilista. Tutti lo superavano senza
ritegno e lui restava lì ad aspettare il suo turno che non arrivava
mai.
- E
com'è finita la storia?
-
Quando è arrivato allo sportello ha ritirato la sua prima pensione.
Alla
fine mi ha convinto e l'ho seguito per vedere la fila al Museo
Egizio.
So
che a molti questa storia può sembrare inverosimile: ma è solo
perché non avete visto com'è convincente Beppe Fiorello nei panni
di Pierfrancesco Favino.