PREMESSA: leggendo questo articolo potreste avere l'impressione che io sottovaluti le vostre capacità intellettive. Rilassatevi: non è solo una vostra impressione.
PREMESSA SECONDA: diversamente dal solito, in questo articolo non parlerò di pompini, pedofilia (quindi nemmeno di Chiesa Cattolica), mestruazioni, cunnilingus, cellule staminali, liquidi seminali e sesso anale. Anzi no, scusate, un accenno al sesso anale c'è.
Nella (ahinoi) ricorrente espressione “disoccupazione giovanile” ci sono almeno due concetti fuorvianti. Il concetto di “disoccupazione” ed il concetto di “giovanile”.
1) Cosa significa disoccupazione? La versione on-line del vocabolario Treccani definisce la disoccupazione come “Mancanza permanente o temporanea di un lavoro retribuito, dovuta a cause indipendenti dalla volontà del soggetto privo di occupazione (d. involontaria), oppure al rifiuto di un lavoro ritenuto inadeguato alle proprie condizioni fisiche, sociali e morali (d. volontaria)”. Pertanto, sono disoccupati quanti cercano lavoro, ma non lo trovano o non ne trovano uno adeguato. Non sono invece considerati disoccupati quanti siano attualmente in cerca di lavoro retribuito ma non ne hanno mai avuto uno: in questo caso siamo di fronte ai cd. “inoccupati”.
I due termini (disoccupazione e inoccupazione) trovano, dunque, il loro discrimine nell'aver mai avuto o meno un lavoro retribuito.
Invece, la linea di confine tra occupati e non occupati (l'insieme che comprende disoccupati ed inoccupati) non è segnata dallo svolgimento o meno di un “lavoro” in quanto tale, bensì dall'esistenza di una “retribuzione”.
Tutto chiaro? Spero di sì, perché da questo momento le cose si complicano come disse mio nonno al suo pusher di fiducia quando scoprì che gli aveva venduto una dose di coca tagliata male.
I dati della XIII indagine sulla condizione occupazionale dei laureati, svolta da Almalaurea, evidenziano che – ad un anno dalla laurea – gli occupati sono il 48,7%: i “disoccupati”, invece, sono “solo” il 23,7%.
E gli altri? Se non l'avete capito, ripassatevi la manfrina che ho scritto poco sopra. Se non lo capite di nuovo, lasciate perdere: evidentemente non siete abbastanza acuti. Già che ci siete, rinunciate anche a partecipare a quel concorso per il censimento su cui – tra l’altro – ho già puntato gli occhi io.
Gli altri sono gli “inoccupati”, quelli che non lavorano e non cercano. Dei bamboccioni direbbe la bonanima di Padoa Schioppa.
Degli scansafatiche, direte voi.
Ma solo perché, pur avendo letto e riletto per decine di volte le prime dieci righe del punto 1) di questo noioso articolo, non ne avete evidentemente capito un cazzo.
Gli altri comprendono tutti coloro che proseguono negli studi, che sono circa il 90% di questo gruppo. Questo dato è pressoché identico sia per il laureati “triennali” sia per i laureati delle specialistiche (biennali o a ciclo unico). Ma attenzione: nella categoria “studi” rientrano non solo i master e i corsi di specializzazione, bensì anche i praticantati e i dottorati di ricerca: ovvero le più avanguardistiche e raffinate forme di schiavismo.
In fin dei conti, se andiamo a ben vedere, ad un anno dalla laurea oltre il 70% dei laureati “lavora”, ma una buona fetta di questi lavora senza beccare un centesimo.
Di quelli che hanno una retribuzione, invece, oltre il 50% o ha un contratto atipico o lavora in nero. Il problema quindi non è tanto (non è solo!) la disoccupazione, quanto la “malaoccupazione”.
2) Non capisco per quale ragione da un po' di tempo si stia diffondendo la preoccupante convinzione che si è giovani almeno fino a 40 anni. Ma non è così, ve lo assicuro.
A 25 anni si cominciano a vedere i primi (sparuti) capelli bianchi e le rughe, lo sviluppo fisico è già terminato da tempo, quello mentale è in via di regressione. A 25 anni si è adulti. Parlare di disoccupazione giovanile mi sembra un espediente per limitare il problema. L'espressione, così formulata, sembra lasciare intendere che si tratta di persone ancora a carico della famiglia di origine. E, come nella più infelice delle profezie autoavverantisi, finisce per essere davvero così. Mi spiego meglio per quei lettori che non sono svegli, ma perlomeno ostinati: la convinzione che le famiglie di origine possano farsi carico di questi disgraziati fino ai 40 fa sì che le famiglie di origine debbano realmente farsene carico. Con conseguente pilatismo del Governo che non ha nessun interesse ad aumentare la spesa pubblica per garantire un minimo di reddito a questi schiavi rampanti. Ad onor del vero, si parla in questi giorni di una riforma dell'apprendistato che, dopo l'accordo con Regioni e parti sociali, dovrebbe vedere la luce in autunno e risolvere perlomeno parte del problema: ridurre lo spazio per il lavoro atipico e qualificare anche dottorati di ricerca e praticantati come rapporti di lavoro.
Speriamo, ma non bisogna mai dimenticare quel vecchio adagio indiano che dice: se non ti accorgi che ti stanno inculando è perché hai il culo sfondato.
[post rimaneggiato a seguito della presa di coscienza di alcuni gravi errori che non vi rivelerò mai, ma che potete benissimo scoprire da soli leggendovi il post rimasto nella sua versione originale e che potete trovare nel link qui in basso]
progre.eu
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è stato difficile proseguire nella lettura dopo la seconda premessa ma grazie a "quel vecchio adagio indiano" posso dire con certezza ne sia valsa la pena.
RispondiEliminaPerò devo rileggermi le prime dieci righe del punto 1 che mi pare mi sia sfuggito qualcosa.
Io ho la soluzione http://loltreuomo.blogspot.com/2011/09/diventare-preti-la-soluzione.html
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